PUBBLICATO DA:
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Pubblicazione semestrale:
Anno I numero 1 2012
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Supplementi ed allegati:
serie
I Quaderni di Malachia
Il Notiziario di Malachia A. I n. 1
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Indice
DANIELE TRONO. La malacofauna dell’Insenatura La Strea (Porto Cesareo, Lecce)…………….…2
RAFFAELE PETRONE. Micromolluschi delle Filippine - Parte I. ...……………………………….18
CLAUDIO FANELLI. Un sito al giorno leva il ... dubbio di torno…………………………………….27
ROBERTO MURA. La storia geologica della Luna…………………………………………………...43
Il Notiziario di Malachia A. I n. 1
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La malacofauna dellInsenatura La Strea
(Porto Cesareo, Lecce)
Daniele Trono
Ricevuto 20/06/2012
Accettato 01/07/2012
Parole Chiave: Molluschi, checklist, La Strea, Mar Ionio
Riassunto
Viene fornito un elenco delle specie di molluschi viventi all’interno dell’insenatura de La Strea,
a Porto Cesareo (LE), dando una descrizione dell’ambiente e delle biocenosi presenti. I dati
provengono dalla letteratura e da ricerche dell’Autore.
Introduzione
L’insenatura de La Strea si affaccia sul Golfo di Taranto, Mar Ionio; occupa la parte di costa a
Sud Est del centro abitato di Porto Cesareo (LE). È limitata nell’entroterra dalla linea di costa che,
spostandosi verso Sud, va da P. Cesareo a S. Isidoro (LE), verso il mare da una lingua di terra lunga
circa 1.5 Km, denominata penisola de La Strea. La comunicazione con il mare è assicurata da
un’apertura, posta tra l’estremo lembo della suddetta penisola e l’isolotto detto “Lo Scoglio” (su cui
sorge un ristorante), prospiciente il centro abitato di P. Cesareo. La profondità media è di 1.35 m,
con punte di 2 m.
Le biocenosi presenti sono essenzialmente cinque: biocenosi fotofile infralitorali di substrato
duro e prateria di Posidonia oceanica nella parte esterna della penisola de La Strea; prateria mista a
Caulerpa e Cymodocea nella parte centrale e nella zona compresa tra il fondo dell’insenatura e il
centro abitato, con popolamenti nitrofili di substrato duro nella parte ad esso immediatamente
prospiciente; associazioni fotofile e termofile di substrato duro e mobile, quest’ultimo caratterizzato
da una bassa granulometria, dovuta al limitato idrodinamismo presente in questa zona (AA.VV.,
1988).
Una ricerca promossa dalla Regione Puglia e commissionata alle Università di Lecce, Modena e
Pisa (AA.VV., 1988) ha investigato vari parametri, sia abiotici (temperatura, salinità, ossigeno
disciolto, etc), sia biotici (plancton e benthos),
dimostrando che l’insenatura de La Strea non
presenta caratteristiche proprie di una laguna.
Nonostante ciò la presenza di polle di acqua dolce, il
limitato idrodinamismo e la scarsa comunicazione
con il mare, fanno sì che, almeno la zona più interna,
presenti caratteristiche particolari. Questo è
testimoniato dalla presenza di tre organismi, un’alga,
Anadyomene stellata (Agardh, 1823), un porifero,
Geodia cydonium O. F. Mueller, 1798, e
Foto 1: Holoturia impatiens
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un’echinoderma, Holoturia impatiens (Forskaal, 1775), specie termofile ad affinità subtropicale
(Parenzan P., 1983). (Foto1-4)
Foto 3: Anadiomene stellata
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Dal 1997, anno di istituzione dell’Area Marina Protetta di Porto Cesareo (D.M. 12 dicembre
1997), l’area esterna la penisola, quella che si affaccia sul mare aperto, è zona A della suddetta
AMP, mentre l’insenatura oggetto del presente lavoro è stata esclusa da tale protezione per l’intenso
traffico diportuale dovuto alla presenza di tre darsene.
L’accesso da terra sulla penisola è disagevole ma, nonostante ciò, la presenza umana è massiccia
in special modo nel periodo estivo. Dal 2006 la penisola de La Strea fa parte della Riserva Naturale
Orientata “Palude del Conte e Duna Costiera Porto Cesareo”, istituita con legge regionale della
Regione Puglia 15 marzo 2006, n. 5. Tale legge istituisce in realtà una zona protetta terrestre ma,
grazie a questa misura, è stato interdetto l’accesso alla penisola, salvaguardando quindi
indirettamente anche la costa. È quindi particolarmente importante conoscere la consistenza delle
popolazioni malacologiche al fine di verificare nel tempo le variazioni quali-quantitative che
eventualmente possono verificarsi, soprattutto considerando l’importanza che i molluschi ricoprono
come indicatori della salute delle biocenosi.
Materiali e metodi
La ricerca si è svolta nell’arco di circa 10 anni, dal 1995 al 2005 in modo non sistematico, con
raccolta di detrito, spiaggiato e campionato a varie profondità e in diverse zone, lavaggio di alghe e
immersioni in apnea e con autorespiratore.
Si è inoltre tenuto conto delle specie raccolte dalla già citata campagna promossa dalla Regione
Puglia (AA.VV., 1988), e da Parenzan (1984).
Foto 4: Associazione tra Holuturia impatiens e Anadiomene stellata.
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Per quanto riguarda la sistematica si è seguito il CLEMAM.
Discussione
Come detto, da circa tre anni la penisola de La Strea è riserva naturale, anche se solo da un anno
sono state fattivamente prese misure atte ad interdire completamente l’accesso ed è stata apposta
l’opportuna segnaletica.
Appare quindi importante segnare un punto zero per verificare, negli anni, l’efficacia della tutela
sulle popolazioni di molluschi presenti.
In Tab. 1 sono comprese tutte le specie fino ad ora rinvenute nell’insenatura da Parenzan (1984),
AA. VV. (1988) e dall’Autore; sono riportate la specie, la fonte, l’abbondanza relativa e
l’indicazione degli esemplari rinvenuti viventi. Per quanto riguarda l’abbondanza essa è ricavata
solo dall’incrocio dei dati personali dell’Autore con quelli di Cinelli et al., in quanto Parenzan
(1984) non riporta dati di frequenza.
La parte più interna dell’insenatura è soggetta a fenomeni estremi di marea, con momenti di
totale emersione (Foto 5 e 6) in relazione alle basse maree ed è interessata da risorgive di acqua
Foto 5: Durante la bassa marea la parte più interna dell’insenatura rimane emersa.
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Foto 6: Durante la bassa marea la parte più interna dell’insenatura rimane emersa
dolce, quindi gli organismi presenti sono caratterizzati da spiccate caratteristiche di euritermia ed
eurialinità. In questa zona è dominante Cerastoderma glaucum (Poiret, 1789), raccolto
massicciamente a scopo alimentare; nelle polle di acqua dolce (Foto 7)
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Foto 7: Salicornieto con polle di acqua sorgiva.
è abbondante Potamides conicus (Blainville, 1829) e sulle rocce litorali sono presenti in gran
numero Cerithium lividulum Risso, 1826 e Osilinus articulatus (Lamarck, 1822) (Foto 8 e 9).
Foto 8 e 9: Osilinus articulatus e Cerithium lividulum.
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In condizioni normali di marea C. lividulum colonizza i primi centimetri di acqua, adagiato sul
fondo sabbioso in centinaia di esemplari, O. articulatus occupa il suo abituale habitat, sulle rocce
all’interfaccia aria-acqua; durante i frequenti abbassamenti del livello dell’acqua C. lividulum ha un
comportamento peculiare: raggiunge O. articulatus condividendone l’habitat, forse cercando
l’umidità residua delle nicchie negli scogli e del tappeto algale.
A partire dalla zona centrale l’insenatura perde le caratteristiche lagunari grazie all’abbondante
ricambio assicurato dall’ampia comunicazione con il mare aperto. In tale zona dominanti sono
Tapes decussatus (Linnè, 1758) e Paphia aurea (Gmelin, 1791) con numerosi individui per metro
quadro.
Nella parte centrale dell’insenatura si rinviene Cerithium vulgatum Bruguiere, 1792 nella forma
peculiare delle lagune (foto 10, 11 e 12).
Foto 10, 11 e 12: Cerithium vulgatum
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Posizione geografica di Porto Cesareo e dell’Insenatura La Strea (Foto satellitari da Google Map).
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Conclusioni
Parenzan (1984) segnala 114 specie rinvenute nell’insenatura. Rimangono dubbi sulla
segnalazione di Siphonium afrum (Gmelin, 1791) di cui lo stesso Parenzan (1970) fornisce questa
descrizione: “Minuscolo vermetide, di 5 mm di apertura, noto per il mare dell’Africa occidentale
fino al Gabon. Repertato sulla Costa Neretina (det. Nordsieck). Una costola prominente e molte
strie longitudinali. Linee di accrescimento ondulate.
AA.VV. (1988) durante i campionamenti necessari alla loro indagine rinvengono 47 specie.
Strana la segnalazione di Caecum glabrum (Montagu, 1803), molto probabilmente confuso con
Caecum armoricum De Folin, 1869 (Panetta, 1980).
Questa breve nota permette di portare il numero di specie viventi all’interno dell’insenatura a
201, cui vanno eventualmente aggiunte alcuni cefalopodi di cui non si hanno a disposizione dati.
Questo numero rappresenta circa il 26 % delle specie viventi nel Salento (Trono & Macrì, in
lav.), ed è un dato considerevole, tenendo conto della limitatezza dell’area oggetto della ricerca e,
conseguentemente, delle poche biocenosi presenti.
Checklist
Specie
Fonte
Frequenza
PATELLIDAE
Patella caerulea Linné, 1758
1
C
Patella ulyssiponensis Gmelin, 1791
1,2
C
FISSURELLIDAE
Diodora gibberula (Lamarck, 1822)
1,2
C
Diodora italica (Defrance, 1820)
1
R
Fissurella nubecula (Linné, 1758)
1
R
HALIOTIDAE
Haliotis tuberculata tuberculata Linné, 1758
1,2
C
TURBINIDAE
Bolma rugosa (Linneo, 1767)
1,2
R
Homalopoma sanguineum (Linné, 1758)
1
R
PHASIANELLIDAE
Tricolia tenuis (Michaud, 1829)
1,3
R
TROCHIDAE
Clanculus corallinus (Gmelin, 1791)
1
C
Clanculus cruciatus (Linné, 1758)
1
C
Clanculus jussieui (Payraudeau, 1826)
1
R
Gibbula adansonii adansonii (Payraudeau, 1826)
1,2
A
Gibbula ardens (Von Salis, 1793)
1,2
C
Gibbula divaricata (Linné, 1758)
1
PC
Gibbula guttadauri (Philippi, 1836)
2
Gibbula philberti (Récluz, 1843)
1
PC
Gibbula racketti (Payraudeau, 1826)
1
PC
Gibbula umbilicaris nebulosa (Philippi, 1848)
1
C
Gibbula varia (Linné, 1758)
1
C
Jujubinus exasperatus (Pennant, 1777)
2
Jujubinus striatus striatus (Linné, 1758)
1
A
Osilinus articulatus Lamarck, 1822
1
A
Osilinus turbinatus (Von Born, 1778)
1
PC
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2
CALLIOSTOMATIDAE
Calliostoma laugieri (Payraudeau, 1826)
1
PC
NERITIDAE
Smaragdia viridis (Linné, 1758)
1,2
A
RISSOIDAE
Rissoa decorata Philippi, 1846
1
R
Rissoa guerini Récluz, 1843
1,2
C
Rissoa labiosa (Motagu, 1803)
1
R
Rissoa similis Scacchi, 1836
1
C
Rissoa variabilis (Von Muehlfeldt, 1824)
1
C
Rissoa violacea Récluz, 1843
1,2
C
Alvania cancellata (Da Costa, 1778)
1
C
Alvania cimex (Linné, 1758)
1,2
R
Alvania discors (Allan, 1818)
1
A
Alvania hirta Monterosato, 1884
1
C
Alvania lactea (Michaud, 1832)
1
PC
Alvania lineata Risso, 1826
1
PC
Alvania mamillata Risso, 1826
1
C
Pusillina lineolata (Michaud, 1832)
1
PC
BARLEEIDAE
Barleia unifasciata (Montagu, 1803)
1
A
CAECIDAE
Caecum auriculatum De Folin, 1868
3
R
Caecum trachea (Montagu, 1803)
3
PC
Caecum glabrum (Montagu, 1803)
3
R
HYDROBIIDAE
Hydrobia acuta (Draparnaud, 1805)
1
TORNIDAE
Tornus subcarinatus (Montagu, 1803)
1,3
R
CERITHIIDAE
Bittium lacteum (Philippi, 1836)
1
Bittium reticulatum (Da Costa, 1778)
1,2
A
Cerithium lividulum Risso, 1826
1,2
A
Cerithium vulgatum Bruguière, 1792
1,2
C
POTAMIDIDAE
Potamides conicus (de Blainville 1829)
1
A
VERMETIDAE
Petaloconchus glomeratus (Linné, 1758)
1,2
R
Serpulorbis arenaria (Linné, 1767)
2
Vermetus semisurrectus Bivona Ant., 1832
1
R
Vermetus sp.
2
Siphonium afrum (Gmelin, 1791)
2
LITTORINIDAE
Melaraphe neritoides (Linné, 1758)
1,2
A
TRUNCATELLIDAE
Truncatella subcylindrica (Linné, 1767)
1
A
FOSSARIDAE
Fossarus ambiguus (Linné, 1758)
1
R
CYPRAEIDAE
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3
Luria lurida (Linné, 1758)
1,2
PC
TRIVIIDAE
Trivia pulex (Solander in Gray, 1828)
1
PC
NATICIDAE
Espira guillemini (Payraudeau, 1826)
1,2,3
R
Natica hebraea (Martyn, 1784)
1,2
PC
Natica stercusmuscarum (Gmelin, 1791)
1,2,3
PC
Neverita josephinia Risso, 1826
3
R
Tectonatica rizzae (Philippi, 1844)
3
R
CERITHIOPSIDAE
Cerithiopsis minima (Brusina, 1865)
3
R
TRIPHORIDAE
Monophorus perversus (Linné, 1758)
2
EPITONIIDAE
Epitonium commune (Lamarck, 1822)
1
R
Epitonium pulchellum (Bivona Ant., 1832)
1
R
Gyroscala lamellosa (Lamarck, 1822)
2
MURICIDAE
Bolinus brandaris (Linné, 1758)
1,2,3
C
Dermomurex scalaroides (Blainville, 1829)
2
Hexaplex trunculus (Linné, 1758)
1,2
A
Muricopsis cristata (Brocchi, 1814)
1,2
R
Ocinebrina aciculata (Lamarck, 1822)
2
Ocinebrina edwardsii (Payraudeau, 1826)
1,2
PC
Orania fusulus (Brocchi, 1814)
2
Typhinellus labiatus (Cristofori & Jan, 1832)
1
R
CORALLIOPHILIDAE
Coralliophila meyendorffii (Calcara, 1845)
1
R
BUCCINIDAE
Engina leucozona (Philippi, 1843)
1
R
Pisania striata (Gmelin, 1791)
1,2
C
Pollia dorbignyi (Payraudeau, 1826)
1,2
PC
BUCCINIDAE
Euthria cornea (Linné, 1758)
1,2
PC
Colubraria reticulata (Blainville, 1826)
1
R
COLUMBELLIDAE
Columbella rustica (Linné, 1758)
1,2
A
Mitrella minor (Scacchi, 1836)
1
PC
Mitrella scripta (Linné, 1758)
2
NASSARIIDAE
Cyclope neritea (Linné, 1758)
1,2
A
Cyclope pellucida Risso, 1826
1,2
A
Nassarius corniculus (Olivi, 1792)
2
Nassarius cuvierii (Payraudeau, 1826)
1,2
A
Nassarius incrassatus (Stroem, 1768)
1,2
A
Nassarius mutabilis (Linné, 1758)
1,2,3
C
Nassarius nitidus (Jeffreys, 1867)
1
C
Nassarius unifasciatus (Kiener, 1835)
2
FASCIOLARIIDAE
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4
Fasciolaria lignaria (Linné, 1758)
1,2
R
Fusinus syracusanus (Linné, 1758)
1,2
R
CYSTISCIDAE
Gibberula miliaria (Linné, 1758)
1,2
C
Gibberula philippi (Monterosato, 1878)
1,3
C
Granulina boucheti Gofas, 1992
1
C
Granulina marginata (Bivona, 1832)
2,3
R
MARGINELLIDAE
Volvarina mitrella (Risso, 1826)
2
MITRIDAE
Mitra cornicula (Linné, 1758)
1,2
PC
COSTELLARIIDAE
Vexillum ebenus (Lamarck, 1811)
1,2
PC
Vexillum littorale (Forbes, 1844)
1
R
Vexillum tricolor (Gmelin, 1790)
1
PC
TURRIDAE
Haedropleura septangularis (Montagu, 1803)
2
R
CONIDAE
Bela laevigata (Philippi, 1836)
1,3
R
Bela menkhorsti Van Aartsen, 1988
2,3
R
Conus mediterraneus Hwass in Bruguière, 1792
1,2,3
C
Mangelia multilineolata (Deshayes, 1835)
1
PC
Mangelia taeniata (Deshayes, 1835)
1,3
R
Mangelia unifasciata (Deshayes, 1835)
1,3
R
Mangelia vauquelini (Payraudeau, 1826)
1
C
Raphitoma concinna (Scacchi 1836)
3
R
Raphitoma echinata (Brocchi, 1814)
2
Raphitoma linearis (Montagu, 1803)
1
PC
PYRAMIDELLIDAE
Odostomia turriculata Monterosato, 1869
1
R
ACTEONIDAE
Acteon tornatilis (Linné, 1758)
2
RINGICULIDAE
Ringicula conformis Monterosato, 1877
1,2
PC
BULLIDAE
Bulla striata Bruguière, 1792
1,2,3
C
RETUSIDAE
Cylichnina umbilicata (Montagu, 1803)
1,3
R
Retusa leptoeneilema (Brusina, 1866)
1
R
Retusa mammillata (Philippi, 1836)
3
R
Retusa truncatula (Bruguière, 1792)
1,2
Volvulella acuminata (Bruguière, 1792)
3
R
APLYSIIDAE
Aplysia sp.
2
NOTARCHIDAE
Notarchus punctatus Philippi 1836
1
R
ELLOBIIDAE
Auriculinella bidentata (Montagu, 1808)
1
R
Ovatella firmini (Payraudeau, 1826)
1
R
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1
5
Myosotella myosotis (Draparnaud, 1801)
1
R
TRIMUSCULIDAE
Trimusculus mammillaris (Linné, 1758)
1
PC
BIVALVIA
NUCULIDAE
Nucula nucleus (Linné, 1758)
2
NUCULANIDAE
Nuculana pella (Linné, 1758)
1
R
ARCIDAE
Arca noae (Linné, 1758)
1,2
PC
NOETIDAE
Striarca lactea (Linné, 1758)
1,2,3
R
GLYCYMERIDIDAE
Glycymeris glycymeris (Linné, 1758)
1,2,3
R
MYTILIDAE
Lithophaga lithophaga (Linné, 1758)
1
R
Modiolus barbatus (Linné, 1758)
1,2
R
Mytilaster solidus Monterosato, 1872 ex Martin H. ms.
1
C
Mytilus galloprovincialis Lamarck, 1819
1
R
PINNIDAE
Pinna nobilis (Linné, 1758)
1,2
A
LIMIDAE
Lima hians (Gmelin, 1791)
2
Lima lima (Linné, 1758)
1
PC
OSTREIDAE
Ostrea edulis (Linné, 1758)
1,2
C
PECTINIDAE
Chlamys glabra (Linné, 1758)
1,2
C
Chlamys varia (Linné, 1758)
1,2
PC
ANOMIIDAE
Anomia ephippium (Linné, 1758)
1,2
PC
LUCINIDAE
Ctena decussata (Costa O.G., 1829)
1,2,3
PC
Loripes lacteus (Linné 1758)
1,2,3
A
Lucinella divaricata (Linné, 1758)
2,3
C
CARDITIDAE
Cardita calyculata (Linné, 1758)
1
PC
Glans trapezia (Linné, 1758)
2
Venericardia antiquata (Linné, 1758)
1,2,3
C
KELLIIDAE
Bornia sebetia (Costa O.G., 1829)
1,2,3
R
Kellia suborbicularis (Montagu, 1803)
3
R
LASAEIDAE
Hemilepton nitidum (Turton, 1822)
3
R
MONTACUTIDAE
Tellimya ferruginosa (Montagu, 1808)
3
R
Mysella bidentata (Montagu, 1803)
3
R
ASTARTIDAE
Goodallia triangularis (Montagu, 1803)
3
A
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6
CARDIIDAE
Acanthocardia paucicostata (Sowerby G.B. II, 1841)
1
R
Acanthocardia tuberculata (Linné, 1758)
1,2
A
CARDIIDAE
1
R
Cerastoderma glaucum (Linné, 1758)
1,2
A
Parvicardium exiguum (Gmelin, 1791)
1,2
R
Parvicardium minimum (Philippi, 1836)
3
R
Parvicardius scriptum ((Bucquoy, Dautzenberg & Dollfus, 1892)
1
R
Papillicardium papillosum (Poli, 1795)
2
MACTRIDAE
Mactra stultorum (Linné, 1758)
1
PC
Spisula subtruncata (Da Costa, 1778)
1,2,3
PC
TELLINIDAE
Gastrana fragilis (Linné, 1767)
2
Tellina balaustina (Linné, 1758)
1
PC
Tellina distorta Poli, 1791
1,3
R
Tellina donacina (Linné, 1767)
3
C
Tellina fabula Gmelin, 1791
2
Tellina incarnata (Linné, 1761)
1,2
C
Tellina planata (Linné, 1767)
1,2
C
Tellina tenuis Da Costa, 1778
2
SCROBICULARIIDAE
Scrobicularia cottardi (Payraudeau, 1826)
1,2
R
SEMELIDAE
Abra alba (Wood W., 1802)
2
PSAMMOBIIDAE
Psammobia depressa (Pennant, 1777)
1
R
Psammobia fervensis (Gmelin, 1791)
1,3
R
SOLECURTIDAE
Solecurtus strigilatus (Linné, 1767)
1,2
C
DONACIDAE
Capsella variegata (Gmelin 1791)
3
R
Donax semistriatus Poli, 1795
1,2
R
Donax venustus Poli, 1795
1
R
VENERIDAE
Callista chione (Linné, 1758)
1
A
Chamelea gallina (Linné, 1758)
1,3
C
Dosinia lupinus (Linné, 1758)
1,3
PC
Gouldia minima (Montagu, 1803)
1,2,3
PC
Irus irus (Linné, 1758)
1,2,3
R
Venerupis aurea (Gmelin 1791)
1,2
A
Venerupis senegalensis (Gmelin 1791)
1,2
C
Tapes decussatus (Linné, 1758)
1,2
A
Venus verrucosa Linné, 1758
1,2
A
PETRICOLIDAE
Mysia undata (Pennant, 1777)
2
Petricola lajonkairii (Payraudeau, 1826)
1
R
Petricola lithophaga (Retzius, 1786)
1
R
CORBULIDAE
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1
7
Corbula gibba (Olivi, 1792)
3
PC
HIATELLIDAE
Hiatella arctica (Linné, 1767)
1
R
THRACIIDAE
Thracia papyracea (Poli, 1791)
1
R
Legenda: 1: Coll. Trono; 2: Parenzan, 1985; 3: AA. VV., 1988 R: rara 1-3 es; PC: 4-10 es.; C:
11-20 es; A: > 20 es
Le specie in grassetto sono state rinvenute viventi.
Ringraziamenti
Ringrazio Italo Nofroni e il Dott. Paolo D’Ambrosio (Direttore della AMP Porto Cesareo) per le utili
informazioni e Domenico Ramazzotti per la composizione delle tavole.
Bibliografia
AA.VV., .Studio Ecologico dell’area marina di Porto Cesareo. Congedo Editore. 138 pp.
CLEMAM (Check List of European Marine Mollusca);
URL: www.somali.asso.fr/clemam/index.php
Panetta P., 1980. La famiglia Caecidae nel Mediterraneo. Bollettino Malacologico, 16 (7-8): 277-
300
Parenzan P., 1970. Carta d’identità delle conchiglie del Mediterraneo. Vol. 1 Gasteropodi. Bios
Taras, Taranto. 283 pp.
Parenzan P., 1984. L’insenatura della Strea di Porto Cesareo. Thalassia Salentina, 14: 28-38
Trono D. & Macrì G.. Trono, 2006: errata corrige e nuovi dati. In stampa.
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Micro conchiglie delle Filippine
Parte I
Raffaele Petrone
Ricevuto il 10/07/2012
Approvato il 15/07/2012
Introduzione:
Questo è il primo dei lavori dove tratterò varie specie di piccole dimensioni che riguardano
alcune famiglie, quali Rissoidae, Turridae, Columbellidae, Triphoridae, ecc. Non è un lavoro
scientifico basato sullo studio del mollusco della radula o del DNA, anche perché non ho ne le
competenze ne gli strumenti adatti per questo tipo di studio. Mi limito a descrivere (anche attraverso
lavori già esistenti) e fare delle osservazioni per rendere più facile la determinazione di queste
micro conchiglie, quindi lo scopo è di far meglio conoscere queste piccole e affascinanti conchiglie
attraverso una più chiara trattazione correlata da fotografie perlomeno corrispondenti alla
descrizione (visto che con l’avvento di internet si è creato un po’ di confusione).
Sto esaminando centinaia di micro conchiglie di conseguenza descriverò quelle che prima
riuscirò a classificare. Non prenderò in esame una famiglia per volta ma diverse famiglie, partendo
da quelle di più facile determinazione. Questo lavoro si è realizzarlo grazie all’amico Luciano
Petruccioli, che tornato dalle Filippine, mi ha fornito le conchiglie per lo studio.
Il materiale è stato dragato dai pescatori locali a circa 50 metri di profondità, a largo di
Aliguay una piccolissima isola al centro delle Filippine (vedi foto)
purtroppo non è stato possibile sapere su quali sedimenti è stato raccolto, Aliguay comunque è un
isola con spiagge sabbiose, e fondale corallino.
Superfamiglia: Conoidea
Famiglia: Raphitomidae Genere: Microdaphne McLean, 1971
Microdaphne morrisoni Rehder, 1980
OIotipo: USNM 758.390 [Raroia, Tuamotus]
Conchiglia: piccola 2 - 3 mm di altezza, elongata e fusiforme con i giri a spalla angolata, e una
serie di noduli spinosi su tutta la superficie della teleoconca.
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Protoconca: di un giro e mezzo papillata di color marroncina; a forte ingrandimento si osservano
circa 8 cordoncini spirali intersecate da numerose costolature assiali che formano una reticolatura
quadrangolare.
(Protoconca dell’olotipo)
Teloconca: formata da sei giri convessi con sutura distinta, con costole assiali e cordini spirali che
formano una scultura clatrata spinosa, tre serie di spine per ogni giro di cui la prima più grande e la
seconda e terza più piccole distanti dalla prima.
Il colore varia dal giallo vitreo al grigio bianco con occasionalmente delle macchie sparse rostrate, e
la riga periferica di spine spesso bianca opaco.
Il seno del labbro esterno dietro la sutura è come una U profonda e arrotondata, con una forte
varice spinosa dietro il bordo. Nel labbro interno sono visibili 6 dentelli; il canale anteriore è
moderatamente lungo.
Distribuzione: conosciuta dalle Isole Tuamotus alle Filippine, non troppo comune
Discussione: Conchiglia spesso confusa con Microdaphne trichodes Dall, 1919 (vedi bibliografia)
che è specie simile, dalla quale si differenzia per la protoconca, per il giro della spalla meno
angolata e dalle spine meno pronunciate. La distribuzione dovrebbe essere ridotta dal Sud della
California alle Galapagos.
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Superfamiglia: Conoidea
Famiglia: Horaiclavidae Genere: Carinapex Dall, 1924
Carinapex minutissima (Garrett, 1873)
Sinonimo: Drillia minutissima Garrett, 1873
Conchiglia: di 3 mm, clavifore minuta, solida, spira con andamento rettilineo moderatamente alta,
di colore marroncino percossa da noduli.
Protoconca: è molto grande con 3 giri e mezzo con apice liscio e bombato. La scultura è di due
spire distanti con granuli ravvicinati.
Teloconca: di 4 giri con costole assiali arrotondate e divise in due noduli da un solco profondo. I
noduli apicali sono generalmente arrotondati, mentre quelli sub-apicali sono più allungati inoltre i
noduli apicali spesso non sono in ordine nella spirale, si notano 4 cordoni spirali alla base della
columella.
Il seno è profondo posto sotto un callo parietale sub suturale massiccio, apertura stretta e ovale il
labbro esterno è sottile e internamente non ci sono dentelli.
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L’opercolo è a forma di foglia con nucleo apicale.
Distribuzione: Pacifico, dalle Filippine alle isole Marchesi, comune
Discussione: I campioni delle Filippine sembrano essere più grandi di quelli delle Isole Marchesi.
Specie affine è Carinapex papillosus (Garrett, 1873) che sarà descritto prossimamente.
Carinapex minutissima
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Superfamiglia: Triphoroidea
Famiglia: Triphoridae Gray, 1847 Subfamiglia: Triphorinae Gray, 1847
Genere: Opimaphora Laseron, 1958
Opimaphora triticea (Pease, 1861)
Sinonimi: Mastonia triticea auct.
Triphoris triticea Pease, 1861
Triphoris crassula Martens, 1880
OIotipo: B.M.(N.H.) Reg. N° 1962844
Descrizione originale: “Shell minute, fusiformly ovate, ornamented throughout by spiral rows of
regular-sized granules; aperture oval and in a line with the axial of the shell, lip slightly recurved
and thickened (plicate on the inner side?); canal posterior, enclosed, tubular. Color dark purplish-
red, granules dusky white.”
Descrizione:
Conchiglia: di 3 mm, fusiforme, spesso di forma pupoidale come una botticella allungata. La
colorazione di fondo è bruno-rossastro con le perline circolari blue bianco e le spirali apicali
bianche.
Protoconca: di 3 giri e mezzo di colore marrone chiaro bicarinata ornata da linee assiali, apice
liscio .
Teloconca: di 8 giri circa; tre o quattro rigonfi, di colore marrone scuro ornati da due cordoni di
granuli spirali papillati (perline circolari) blue –bianco, solo l’ultimo ne ha tre ; queste perline sono
unite da un cordoncino assiale; il resto dei giri apicali sono bianchi; sutura superficiale e indistinta.
Due cordoni basali il primo granulato il secondo liscio.
Apertura subcircolare, il canale anteriore è chiuso corto e tubolare ricurvo posteriormente; cordoni
soprannumerari dietro il peristoma
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Distribuzione: Hawaii, Chrismas Is., Australia, Fiji, Taiwan, Okinawa, Amami of Japan, Filippine
Opimaphora triticea
Superfamiglia: Rissoidea
Famiglia: Rissoidae Gray, 1847 Subfamiglia: Rissoininae Gray, 1847
Genere: Rissoina Laseron, 1958
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Rissoina (Apataxia) cerithiiformis Tryon, 1887
Sinonimi:
Rissoina erythraea Philippi, 1851
Rissoa strigillata Gould, 1861
Rissoina costulata Pease, 1868 (ANSP, MCZ)
Rissoina seguenziana Issel, 1869
Rissoina balteata Pease, 1869 Am.Journ. Conchology. V. 5 p. 72
Rissoa cerithiiformis Tryon, 1887
Rissoina cerithiiformis (Dunker in Schmeltz, 1861) nome nudum (HUM)
Rissoina miltozona Tomlin, 1915Journ. Conchology. V. 14 p. 321 (BMNH) (fi.3)
Rissoina harperi Dautzenberg&Bouge, 1933
Apataxia erecta Laseron, 1956specie tipo (AMS)
Apataxia eripona Laseron, 1956 (AMS)
Conchiglia: 3 mm di altezza piccola e sottile con spire e fianchi quasi piatti. Colore di fondo bianco,
con tutti i giri ornati da una banda gialla o arancio-bruno immediatamente al di sopra della sutura
Protoconca: di due giri e mezzo apparentemente lisce, ma a forte ingrandimento si vedono 7-8
giri di cordoncini finemente papillati, apice liscio
Teloconca: circa sette spire quasi piatte con sutura strettamente canalizzata, scolpite da robuste
coste assiali (circa 19 sull’ultimo giro), ortocline (con interspazi leggermente più grandi) intersecate
da 4 larghe coste spirali divise da un fine solco, queste coste spirali sono a loro volta finemente
striate, il tutto da luogo a un disegno di noduli allungati ma non ben definiti . Le coste assiali e
spirali raggiungono la columella.
Apertura piccola, lenticolare con tre (raramente quattro o cinque denti allungati
), in
basso
all’interno del labbro.
Labbro esterno sottile, dando l’impressione di rottura e poi una ricrescita,
varice dietro il peristoma, canale anteriore obliquo, moderatamente stretto e profondo.
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Distribuzione: Intera area indo-pacifica, personalmente ho esemplari dal Madagascar alle Is.
Marchesi, in quest’ultima questa specie si rinviene sempre con dimensioni minori.
Olotipo di Rissoina miltozona
Rissoina cerithiiformis
Discussione: conchiglia tormentata da sinonimi nel tempo. Riporto gli originali di due discussioni e
relative riviste.
Ann. Naturhist. Mus. Wien, Serie A 113 pag. 416
Remarks: Sleurs (1993) considered R. erythraea Philippi, 1851 a nomen dubium and placed this
taxon only tentatively into the synonymy of R. cerithiiformis, but Dekker & Orlin (2000) listed the
species under that name. The interpretation of R. erythraea mainly was based on a figure given by
Schwartz von Mohrenstern (1860: Pl. 8, Fig. 59) under that name. This figure clearly shows R.
cerithiiformis. However, later authors apparently overlooked Jickeli’s (1884: p. 256) observation
that Philippi’s original specimens agree with R. seguenziana Issel, 1869! The identity of R. balteata
Pease is dubious because all type material is lost.
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Chen-Kwoh Chang - Small Mollusks from Lutao, Taiwan pag. 570 -571
Remarks:. Cernohorsky (1978) used Rissoina (Phosinella) balteata Pease and indicated Rissoina
Cerithiformis (Dunker) is a synonym of R. (P.) balteata, but Rissoina balteata Pease has grooves at
the base according to (Pease, 1870, p.72), while A cerithiformis Dunker does not have basal
grooves. Cernohorsky’s (plate 12-7) is A. cerithiformis Dunker rather than R. balteata Pease.
R balteata (Maes, 1967) is A. cerithiformis (Dunker) too, but not R. balteata Pease. Kay (1979,
page 84) stated that R. cerithiformis Dunker is a synonym of Rissoina miltozona Tomlin, 1915. The
below figure is the holotype of R. miltozona Tomlin which has basal grooves. Kay’s figure (1979,
29D) is A. cerithiformis Dunker without grooves rather than R. miltozona Tomlin. Rissoina
miltozona Tomlin 1915 (Fig. 3 Hototype) this is a synonym of R. balteata Pease.
Ringraziamenti
Desidero ringraziare gli amici Italo Nofroni per tutti i consigli e la rilettura del testo, e Claudio
Fanelli per le foto e le ultime correzioni.
Bibliografia:
Kay E. Alison (1979) - Hawaiian marine shells pag. 144, 150, 344, 345
Poppe G. T. (2008) - Philippines Marine Mollusks volume I pag. 504, 505
Poppe G. T. (2008) - Philippines Marine Mollusks volume II pag. 742, 743, 762, 763
Rehder Harald A. (1980) Smithsonian Contributions To Zoology • N° 289 The Marine Mollusks of
Easter Island (Isla de Pascua) and Sala y Gómez pag. 88, 89, 150, 151
Okutani (2000) - Marine Mollusks in Japan pag. 158, 159, 316, 317, 640, 641, 660, 661
Cernohorsky Walter O. (1978) - Tropical Pacific Marine shells pag. 47, 171, 214, 215, 310, 311
Keen A. Myra (1971) - Sea Shells of Tropical West America (Second edition) pag. 762, 763
Chen-Kwoh Chang (2005) - Small Mollusks from Lutao, Taiwan pag. 540, 541, 791, 1002
Ponder W. F. (1985) - Record of the Australian Museum A Review of the Genera of the Rissoidae
supplement 4 - 12 Februaey 1985 - pag.84
Salvat & Rivers (1975) - Conquillages de Polynésie pag. 264
Kay E. Allison (1965) - Marine Molluscs in The Cuming Collection, British Museum (Natural
History) described by W.H. Pease E. Supplement 1 London, pag. 69, 69 Plat 10
Jarrett Alnan G. (2000) Marine Shells of the Seychelles pag. 13,
Sasaki Takenori (2008) - Micromolluscs in Japan - Zoosymposia 1: 147232 (2008) pag. 179, 180,
181
Ronald Janssen , Martin Zuschin and Christian Baal (2011) - Gastropods and their habitats from the
northern Red Sea - Ann. Naturhist. Mus. Wien, Serie A - 113 - Wien, Mai 2011 Pag. 484, 485
Sleurs Willy J. M. (1993) Bulletin de l’Istitut Royal des Sciences Naturelles de Belgique vol. 63 A
revision of the Recent species of Rissoina pag. 105 - 112
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Un sito al giorno leva il…dubbio di torno
Claudio Fanelli
Ricevuto il 01/07/2012
Accettato il 05/07/2012
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Quasi sicuramente ci siamo trovati nella spiacevole situazione di essere in viaggio in luoghi
sconosciuti per, disponendo di tempo ristretto, cercare una cala o una spiaggia dove raccogliere le
nostre tanto amate conchiglie.
Ricordiamo con disagio l’affannosa ricerca di una accesso al mare tra ville, muri, scogliere
impraticabili.
La delusione provata quando, giunti in riva al mare o, se in acqua, vicino ad uno scoglio, ne
siamo tornati con un bel nulla o con qualche brutto e insignificante esemplare.
La beffa finale è poi quella dell’aver letto su una rivista o in forum tra amici che qualcuno,
proprio cento metri più avanti di dove eravamo andati noi, aveva raccolto cose di eccezionale
bellezza e qualità.
Quanti i dubbi, i se e i ma. Se avessi dedicato qualche minuto in più, se mi fossi spostato un
chilometro più in la; ma se avessi…
Ecco quindi il titolo di questo articolo derivato dalla parafrasi di un noto proverbio:
“un sito al giorno … leva il dubbio di torno”
Ed ecco la mia idea e la mia sfida a tutti gli amici: descrivere un sito, magari quello a noi più
vicino o a noi più noto, o del quale ricordiamo la presenza di questa o quella specie.
Un ostacolo a questa iniziativa potrebbe essere dato dalla meschina “privatizzazione” che taluni
fanno dei propri luoghi di raccolta.
Naturalmente non parliamo di descrivere i luoghi dove reperire questa o quella specie protetta o
quella rara specie che, purtroppo, può cadere nelle mani di certi spregiudicati rivenditori.
Lo scopo, nella mia mente, sarebbe quello di offrire una grande facilitazione al lettore o
all’amico che, trovandosi a passare in quella certa zona, può usufruire della nostra esperienza diretta
su quel luogo e, magari, riuscire a raccogliere buoni esemplari senza sprecare tempo per cercare
inutilmente e con grande dispendio di tempo questa o quella spiaggia più idonea.
Il Notiziario di Malachia A. I n. 1
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PALO LAZIALE
Inizio quindi con questa descrizione della località denominata Palo Laziale.
Come mostra la mappa si tratta di una zona situata circa 30 km ad ovest di Roma e facilmente
raggiungibile dalla capitale in una trentina di minuti.
Per raggiungere i punti di più facile raccolta si può accedere al mare dal centro residenziale di
Marina di S. Nicola, poco a sud di Palo, oppure dal comune di Ladispoli che è situato invece un
poco più a nord.
Questa zona è stata da noi molto usata nelle attività didattiche condotte con i ragazzi del Museo
Naturalistico “Francesco Settepassi”.
Posso rassicurare il lettore che questo sito non deluderà mai il raccoglitore data la ricchezza di
biodiversità delle sue coste.
Nelle nostre visite didattiche gli alunni, età comprese tra gli 11 e i 13 anni e neofiti della
malacologia, hanno sempre effettuato una piccola sfida con le altre classi e con quelle degli anni
precedenti. Si trattava di spianare un metro quadrato di sabbia e deporvi sopra, in bell’ordine, tutte
le specie rinvenute in un ora di raccolta. Il totale delle specie non è mai sceso sotto le 120 e, in
alcuni casi, ha superato le 150.
L’ambiente è tale che ci è stato possibile condurre visite guidate di ricerca anche in giornate
piovose e disturbate dalle intemperie.
In questo articolo indicherò due punti ben precisi come i più adatti alla “raccolta rapida” da parte
di un viaggiatore con scarsa disponibilità di tempo.
Vorrei però far presente che una zona lunga circa un chilometro a partire dalle case a nord del
“Castello Odescalchi” fino a poco più a sud della “Posta vecchia”, è quella complessivamente più
indicata per raccolta e studio.
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ACCESSO DA MARINA DI SAN NICOLA
Per il primo accesso al mare si percorre la via Aurelia da Roma verso nord (Civitavecchia) e in
prossimità del Km 34 si trova uno svincolo sulla destra con l’indicazione di Marina di San Nicola.
Nella mappa ho indicato il percorso, tutto asfaltato, che vi porta vicino al luogo di ricerca.
Si procede a sinistra sul cavalcavia soprastante la via consolare e si gira a destra davanti alla
guardiola della vigilanza ricordando che l’accesso è libero. Si procede per circa 500 m fino alla
prima rotonda nella quale si gira sulla sinistra per scavalcare la ferrovia. Subito dopo il ponte altra
rotonda, si gira a destra e si percorre il viale alberato fino in fondo dove, incontrando il “secondo
centro commerciale” si devia sulla destra per via Marte. Dopo 300 m si gira a destra per via Diana e
la si percorre fino in fondo dove c’è un ampio parcheggio e una rotonda sul mare.
Adeguati cartelli segnalano quando il parcheggio è a pagamento.
Si scende al mare e si punta decisamente sulla destra verso la Posta Vecchia e il Castello.
Trovate subito materiale spiaggiato di un certo interesse ma vi consiglio di proseguire per circa
trecento metri dove si trova una piccola lingua di scogli affioranti in direzione del mare aperto.
Qui potete fermarvi per tutto il tempo che avete e raccogliere grandi quantità di detrito grosso e
buoni esemplari.
Poco più avanti, altri trecento metri, vedrete l’albergo “Posta Vecchia” e, a seguire, il “Castello
Odescalchi”.
Siete quindi a sud di Palo Laziale.
Ecco come appare in estate il punto indicato. Sullo sfondo, come detto, appaiono il lato sud della
Posta Vecchia e le nuove barriere frangiflutti.
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Come potete vedere, la quantità di detrito, come in quasi tutta la zona, è decisamente
rimarchevole e le possibilità di trovare pezzi importanti è elevata.
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ACCESSO DAL COMUNE DI LADISPOLI
Proseguendo sulla via Aurelia per altri 3-4 chilometri, oltrepassando l’uscita prima detta, trovate
sulla destra lo svincolo per Ladispoli. Lo prendete e vi districate nelle rotatorie per arrivare al primo
nucleo di villette (sulla sinistra) dove, al primo incrocio, prendete a sinistra per via dei Delfini che
vi conduce in riva la mare. Anche qui ampi parcheggi, alcuni a pagamento altri liberi.
Prendete la costa verso sinistra e dopo circa 600 m incontrate, dopo i resti di una garitta militare
del periodo bellico, una zona a scogli bassi che si protendono verso il mare.
Questo è il primo e il miglior punto di raccolta, il secondo dopo quello dal lato Marina di San
Nicola.
Ecco, in una visita didattica condotta con un gruppo di scout di Roma, i primi scogli che
appaiono in acqua mentre sullo sfondo si notano le case di Ladispoli.
Per chi non volesse affrontare la fatica di camminare sulla sabbia, sulla destra, a ridosso della
rete, c’è un più facile sentiero battuto posto a tre metri sopra il livello del mare.
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Qui si vedono bene, durante una lezione di malacologia, gli scogli di cui si parla. Sullo
sfondo si può vedere, sulla sinistra, il Castello Odescalchi.
Questa immagine rende bene l’idea della ricchezza del detrito disponibile in questa zona.
Il Notiziario di Malachia A. I n. 1
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Tornando a guardare l’immagine del titolo, che mostra i due complessi edilizi del Castello
Odescalchi e della Posta Vecchia, potrete ora facilmente orientarvi: sulla destra c’è l’albergo che
quindi è più vicino a Marina di San Nicola mentre il castello, sulla sinistra, è più vicino a Ladispoli.
La zona è tutta collegata via costa e si può percorre a piedi la distanza tra l’abitato di Marina e la
città di Ladispoli in meno di un ora.
Si può incontrare qualche difficoltà nel percorrere la costa sotto il muro di sostegno della Posta
Vecchia solo in questo punto, quello in primo piano, dove, dopo i lavori di costruzione delle
barriere frangiflutti, hanno rotto gli scogli affioranti addossandoli lungo la stretta battigia.
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COSA TROVARE
Difficile fare al momento un elenco di cosa offre questo sito: con alcuni amici stiamo preparando
un articolo che sarà pubblicato sulla rivista Argonauta dell’AMI entro la prima metà del 2013, nel
quale inseriremo anche una lista di quanto fin qui raccolto. Posso però proporvi, in anteprima,
alcune immagini su cose viste e facilmente visibili.
Da giugno a luglio Aplysia depilans Gmelin, 1791 è abbondantissima: si avvicina alla costa per
la riproduzione e la deposizione delle uova.
Senza disturbare animali vivi, si possono raccogliere belle conchiglie interne come questa,
eccezionale, che misura 57,43 mm.
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Le rocce appena sommerse sono l’habitat ideale, in quasi tutte le stagioni, per molte comunità di
molluschi. Convivono assieme e per lunghi periodi in grandi quantità: cosa che dovrebbe indicare
l’assenza di competitività alimentare. Ecco due belle comunità di Patella caerulea Linné, 1758 e di
Mytilus galloprovincialis (Lamarck, 1819).
Abbondanti anche Nodilittorina punctata (Gmelin, 1719) e Mytilus galloprovincialis,
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Nella foto seguente Osilinus turbinatus (Von Born, 1791), Patella caerulea e Mytilus
galloprovincialis.
La famiglia Trochidae è rappresentata anche da ricche comunità di Porchus richardi (Von Born,
1778), Gibbula varia (Linné, 1758), Gibbula philberti (Recluz, 1843) e Gibbula divaricata (Linné,
1758), con maggiore o minore presenza e diverso posizionamento su rocce separate le une dalle
altre.
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Abbonda Conus mediterraneus (Hwass in Bruguiere, 1791) ma con esemplari sempre di piccole
dimensioni, non più di 30 mm.
Abbondante anche Stramonita haemastoma (Linné, 1767), nonostante la raccolta indiscriminata,
sacchi con centinaia e centinaia di esemplari, che ne fanno i locali. Fino a una ventina di anni fa era
anche possibile rinvenire la forma consul (Chemnitz, 1795).
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Nelle ore più calde si rinvengono grandi quantità di Fissurella nubecula (Linné, 1758) che
brucano tra i banchi di Mytilus.
Ovviamente non è possibile rinvenire intera Ostreola stentina (Payraudeau, 1826) piuttosto
comune in queste località ma sempre ben nascosta tra le rocce.
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Questa grande biodiversità, più di trecento specie di molluschi, deriva e si riflette in altrettanta
biodiversità sia nelle alghe, che nei pesci, negli Echinodermi e nei Crostacei che nelle “piante
marine”: Cymodocea e Posidonia.
Ancora qualche foto, tanto per gradire, ma soprattutto l’invito a visitare questo interessantissimo
“Sito Malacologico” (naturalistico).
Nelle foto seguenti, per la maggior parte senza classificazione per mia manifesta ignoranza, vi
propongo quanto si può osservare a vista in una manciata di minuti.
Faccio rilevare che anche il Codium bursa è piuttosto frequente, mentre tra gli Echinodermi è
comune la presenza di Arbacia lixula e Paracentrotus lividus.
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La presenza di ville romane in zona porta poi spesso alla “visione” di pezzi di antiche anfore
(naturalmente “intoccabili” ma nessuno lo sa).
Si aggiunge infine una nota “festosa” per gli amanti della natura: una nuova (prima) piantina di
Posidonia oceanica si è sviluppata nell’acqua bassa sotto l’albergo.
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RIASSUMENDO E CONCLUDENDO
Se vi trovate a Roma e avete l’auto, o un amico che possa accompagnarvi, vi occorreranno 70-90
minuti per andare sul luogo di raccolta, quelli indicati in riva al mare, e tornare.
Dipenderà poi dal vostro budget di tempo a disposizione per stabilire quanto dedicare alla
ricerca.
Come si consiglia sempre, quando si ha poco tempo, è meglio dedicarne una buona parte a
selezionare e ridurre al minimo volume il detrito locale, piuttosto che raccogliere, “ventre a terra”, i
singoli esemplari.
Ricordo l’amico Francesco Settepassi che mi mostrava esemplari di Giroscala lamellosa
(Lamarck, 1822), provenienti da Palo, di più di 50 mm. Nel tempo ne ho raccolti molti ma mai così
grandi, però ho aggiunto alla mia collezione tre ottimi esemplari di Epitonium pulchellum (Bivona
Ant., 1832). Tutto questo però, debbo ammetterlo, standomene steso su una stuoia e spulciando il
detrito.
Nella foto seguente il raccolto dell’amica Angela Pierullo in una uscita di alcuni malacologi del
Forum Natura Mediterraneo in questa zona: mentre Lutraria magna (Da Costa, 1778) è molto
frequente Cabestanea cutacea (Linné, 1767) e Cymatium corrugatum (Lamarck, 1822), insieme ad
altre rarità quali Bursa scrobilator (Linné, 1758) o Trivia multilirata (Sowerby, 1870) sono il frutto
dei ripascimenti effettuati in zona a partire dal 2003 e mai raccolti in precedenza.
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La storia geologica della Luna
Roberto Mura
(Naturalista e astrofilo)
Ricevuto in data 08/01/2012
Accettato in data 05/05/2012
Abstract
The geological history of the Moon has been defined into six major epochs, called the lunar
geologic timescale. The first important event after Moon’s formation was the cooling and the
crystallization of its surface, previously totally molten. The first minerals to form were the iron and
magnesium silicates olivine and pyroxene. Because these minerals were denser than the molten
material around them, they sank. After crystallization was about 75% complete, less dense
anorthositic plagioclase feldspar crystallized and floated, forming a crust about 50 km in thickness.
The lunar surface went under a heavy meteoric bombardment that created many large craters; a
strong volcanic activity filled these craters of basalt, creating the so called “lunar maria”. Today the
geological activity on the Moon is thought to have effectively ceased.
Introduzione
La Luna è l’unico satellite naturale della
Terra. Con un diametro medio di 3474 km, è il
quinto satellite naturale del sistema solare come
dimensioni, dopo Ganimede, Titano, Callisto e
Io. La Luna compie attorno alla Terra un'orbita
ellittica che viene completata circa ogni 27
giorni, 7 ore, 43 minuti e 11 secondi (periodo
chiamato mese siderale); tuttavia per
l'osservatore sulla Terra si contano circa 29,5
giorni tra una Luna nuova e la successiva, per
via del contemporaneo movimento di
rivoluzione terrestre. Nel corso di un'ora si
muove nel cielo di una distanza prossima alla
sua dimensione apparente, circa mezzo grado.
La Luna rimane sempre in una regione del cielo
chiamata Zodiaco, che si estende circa 8 gradi a
nord e a sud dell'eclittica. Essa viene
attraversata dalla Luna ogni 2 settimane.
Poiché il periodo di rotazione della Luna è esattamente uguale al suo periodo orbitale, noi
vediamo sempre la stessa faccia della Luna, rivolta verso la Terra. Questa sincronia è il risultato
dell'attrito gravitazionale che ha rallentato la rotazione della Luna nella sua storia iniziale. A causa
di queste forze, dette anche forze di marea, anche la rotazione della Terra viene gradualmente
rallentata, e la Luna si allontana lentamente dalla Terra mentre il momento rotazionale di
quest'ultima viene trasferito al momento orbitale della Luna. L'attrazione gravitazionale che la Luna
La Luna come appare vista da Terra; le aree scure sono i
cosiddetti “mari”, in realtà vaste pianure basaltiche.
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esercita sulla Terra è la causa delle maree del mare. Le variazioni della marea sono sincronizzate
con l'orbita della Luna attorno alla Terra.
La faccia visibile della Luna è l’emisfero che è sempre rivolto in direzione della Terra. Essa
appare attraversata da numerose macchie scure, denominate mari lunari; in realtà si tratta di grandi
aree pianeggianti ricoperte da uno spesso strato di una roccia lavica chiamata basalto. Le aree più
chiare invece sono costituite principalmente da una roccia intrusiva chiamata anortosite; queste aree
sono costellate da un gran numero di crateri dalla forma e dalle dimensioni più svariate.
L’emisfero della Luna rivolto in direzione opposta alla Terra è noto anche con il nome di faccia
nascosta. La maggior parte della faccia nascosta non può essere vista dalla Terra, perché la
rivoluzione della Luna attorno alla Terra e la rotazione attorno al suo asse hanno lo stesso periodo.
Una sua piccola porzione può comunque essere vista grazie a un fenomeno noto come librazione,
che rende irregolare il moto di rotazione della Luna; nel complesso dalla Terra è pertanto visibile
circa il 59% della superficie lunare (il 100% della faccia visibile e il 18% della faccia nascosta).
Sequenza che mostra l'intera superficie della Luna. La prima immagine a sinistra mostra la faccia visibile, la terza
mostra la faccia nascosta. Le altre due immagini sono riprese da una posizione intermedia e mostrano metà della
faccia visibile e metà della faccia nascosta.
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A differenza della faccia visibile, questo
lato della Luna presenta pochissimi mari e la
sua superficie appare quasi interamente
ricoperta da crateri. Prima del 1959, quando
venne lanciato il primo satellite verso la Luna,
l'aspetto e le proprietà della faccia nascosta
erano ignote, in quanto non era mai stata
osservata.
La ragione per cui i mari lunari, e quindi le
colate basaltiche, si trovino principalmente
sulla faccia visibile è ancora oggetto di accesi
dibattiti nella comunità scientifica. Basandosi
sui dati raccolti dalla missioni scientifiche
lunari sembrerebbe che una grande quantità di
elementi che producono calore (nella forma di
minerali di tipo KREEP vedi più avanti) si
trovano in corrispondenza dell’Oceanus Procellarum e del Mare Imbrium, formanti un’unica
provincia geochimica chiamata Procellarum KREEP Terrane. Nonostante il cambiamento della
produzione di calore all’interno di questa provincia sia quasi certamente connessa con la lunga
durata e l’intensità dell’attività vulcanica cui il Terrane è stata soggetta, il meccanismo per cui le
rocce di tipo KREEP si concentrarono in quest’area resta oggetto di studio (vedi più avanti).
La superficie della Luna è stata soggetta per miliardi di anni a collisioni con corpi celesti di
dimensioni variabili. Col tempo questi impatti hanno polverizzato il materiale superficiale formando
uno strato a grana molto fine denominata regolite. Lo spessore di questo strato varia da 2 metri fino
a 20 metri, a seconda che si trovi su giovani colate basaltiche o su aree con rocce molto antiche.
Nonostante non vi sia alcuna attività tettonica, la superficie lunare è soggetta a deboli scosse
sismiche, il cui numero si aggira mediamente attorno alle 3000 all’anno. La causa di questi
movimenti, denominati lunamoti, è data in parte all’impatto con piccole meteore e in parte alla
forza mareale che si instaura a causa dell’attrazione terrestre; quest’ultimo tipo di scosse si
generano in particolare quando la Luna
raggiunge il punto della sua orbita più
vicino alla Terra e sono provocate dalla
fessurazione della superficie lunare o
dallo scorrimento di faglie già esistenti.
La superficie solida lunare, denominata
crosta, si estende fino a una profondità
media di circa 50 km ed è costituita in
prevalenza da silicati, costituenti rocce
feldspatiche. Più in profondità si estende
il mantello esterno e successivamente il
mantello medio, il quale raggiunge una
profondità di circa 1000 km; in questa
regione si originano i lunamoti più profondi. Il limite di fusione parziale (partial melting) delle
rocce è compreso fra il mantello medio e il mantello interno, a una profondità di circa 1150 km. Il
nucleo esterno, molto ricco di ferro, si trova in uno stato fluido a una profondità di circa 1390 km,
mentre il nucleo interno, a 1580 km di profondità, sarebbe composto da ferro puro allo stato solido.
Le rocce più abbondanti sul suolo lunare sono i feldspati
anortositici, le rocce di tipo KREEP e i basalti.
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La formazione della Luna
Le origini della Luna sono al centro di un dibattito scientifico non
ancora risolto definitivamente. La teoria più accreditata suggerisce
uno scenario secondo cui la Luna si sarebbe formata circa 4,5
miliardi di anni fa, quando la Terra, appena formatasi, venne colpita
da un pianeta chiamato Theia, delle dimensioni di Marte. Questo
ipotetico pianeta si sarebbe formato in un punto di Lagrange relativo
alla Terra, ossia in una posizione gravitazionalmente stabile lungo la
stessa orbita del nostro pianeta attorno al Sole. Qui Theia si sarebbe
accresciuto come un qualsiasi pianeta, inglobando i planetesimi e i
detriti che occupavano in gran numero le regioni interne del sistema
solare poco dopo la sua formazione. Quando Theia crebbe fino a
raggiungere la dimensione di Marte, la sua massa divenne troppo
elevata per mantenere la sua posizione in maniera stabile. In accordo
con questa teoria, 34 milioni di anni dopo la formazione della Terra,
questo corpo precipitò sul nostro pianeta, andandolo a collidere con
un angolo di 45°; nell'impatto, Theia si distrusse producendo un
enorme cratere sulla superficie terrestre. I frammenti di Theia,
assieme a una porzione significativa del mantello terrestre, vennero
sparati nello spazio formando un denso anello di detriti attorno alla
Terra; una parte del suo nucleo invece potrebbe essere precipitato
nelle profondità della Terra fondendosi col nucleo terrestre. Entro
circa un secolo dall’impatto, la quasi totalità di questi frammenti si
erano già fusi fra loro formando un nuovo corpo celeste in orbita
attorno alla Terra, la Luna.
Gli indizi che avvalorano questa teoria derivano dalle rocce
raccolte durante gli atterraggi delle missioni Apollo, che mostrarono
composizioni di isotopi di ossigeno quasi uguali a quelle terrestri.
Inoltre la presenza di campioni di rocce di tipo KREEP (ovvero
contenenti K = potassio, REE = Terre rare (in inglese Rare Earth
Elements), P = fosforo) indicano che in un periodo anteriore una grande parte della Luna fosse in
uno stato fluido e la teoria dell'impatto gigante spiega facilmente l'origine dell'energia richiesta per
formare un tale oceano di lava.
Una teoria sviluppata nel 2011 spiega il maggiore spessore della crosta lunare osservabile sul
lato nascosto con un particolare evento di fusione che avrebbe coinvolto un secondo satellite della
Terra. Secondo questa teoria, in origine i frammenti di Theia in orbita attorno alla Terra si riunirono
non in uno, ma in due corpi maggiori: quello presente attualmente e uno con una massa molto più
piccola, pari a 1/30 di quella lunare; il secondo satellite si sarebbe formato in un punto di Lagrange
della stessa orbita lunare, fatto che determinò il progressivo avvicinamento dei due satelliti fino alla
loro collisione. Poiché l’impatto sarebbe avvenuto a una velocità relativamente molto bassa, il
materiale del satellite minore si sarebbe semplicemente unito a quello della Luna senza creare
crateri, distribuendosi principalmente sulla faccia nascosta. Il maggiore spessore della crosta lunare
sulla faccia nascosta potrebbe fra l’altro fornire una spiegazione sul perché su questo lato non si
sono verificati fenomeni vulcanici di una certa rilevanza.
Poiché sulla Luna è del tutto assente l’attività tettonica che caratterizza la superficie terrestre,
l’età media delle rocce lunari è nettamente maggiore di quelle della Terra; non essendoci per altro
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un’atmosfera, gli unici fenomeni di disgregazione e alterazione (weathering) delle rocce sono gli
impatti con meteore e comete.
Come per la Terra, si è soliti suddividere la storia della Luna in ere geologiche, definite qui in
base al periodo di formazione di rocce o strutture superficiali caratteristiche del suolo lunare. Le
definizioni esatte dei periodi sono tuttora in discussione, per via della difficoltà di collocare con
precisione nel passato gli eventi geologici più significativi che hanno interessato la Luna. In
generale, sono stati distinti cinque periodi geologici maggiori, elencati qui sotto dal più recente al
più antico.
Periodo Copernicano: da 1100 milioni di anni fa ad oggi
Periodo Eratosteniano: da 3200 a 1100 milioni di anni fa
Periodo Imbriano: da 3850 a 3200 milioni di anni fa
Imbriano superiore: da 3800 a 3200 milioni di anni fa
Imbriano inferiore: da 3850 a 3800 milioni di anni fa
Periodo Nectariano: da 3920 a 3850 milioni di anni fa
Periodo Pre-Nectariano: da 4550 a 3920 milioni di anni fa
Il periodo Pre-Nectariano la crosta si solidifica
Il periodo Pre-Nectariano è compreso fra 4,55 e 3,92 miliardi di anni fa e coincide con le
primissime fasi della storia della Luna dopo la sua formazione. In quel periodo la Luna si trovava
molto più vicina alla Terra e, almeno inizialmente, aveva un moto di rotazione differente dal suo
moto di rivoluzione attorno alla Terra, mostrando così tutta la sua superficie al nostro pianeta.
Lentamente la rotazione lunare rallentò al punto tale da sincronizzarsi perfettamente col periodo di
rivoluzione, fenomeno noto come rotazione
sincrona; la conseguenza più importante di ciò fu
che da allora la Luna avrebbe mostrato alla Terra
sempre lo stesso emisfero. Si ritiene che questo
processo si sia completato entro 10 milioni di anni
dalla formazione della Luna.
La superficie della Luna, inizialmente fusa a
formare un oceano di magma profondo fino a 500
km, si solidificò rapidamente e iniziò ad essere
pesantemente bombardata da corpi celesti come le
meteoriti, all’epoca molto più abbondanti
dell’attuale. A causa del fenomeno della
cristallizzazione frazionata, i primi minerali
condensatisi sulla Luna furono l’olivina e i
pirosseni, i quali, essendo più densi, precipitarono lentamente al di sotto della crosta in formazione,
formando un mantello sottoposto a temperature e pressioni elevate, similmente e come avviene sulla
Terra; sulla superficie restarono così rocce meno dense, principalmente plagioclasi anortositici.
Questo processo terminò in un periodo compreso fra 4,4 e 4,2 miliardi di anni fa; la crosta
mantenne però un’elasticità tale da rendere possibile una discreta attività tettonica, con fenomeni di
subsidenza e di fratturazione.
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Le rocce risalenti a questo periodo sono piuttosto rare sulla superficie lunare; esse si rinvengono
principalmente sulle aree più elevate, lontano dai mari lunari, e sono state sottoposte a profondi
mutamenti della loro struttura originaria a causa del costante impatto di corpi celesti cui è stata
soggetta la Luna. L’effetto di questi ripetuti impatti è ben evidente anche nel materiale che
costituisce i depositi attorno al Mare Nectaris e al Mare Imbrium, che appare fortemente brecciato
ed è stato probabilmente sottoposto a temperature così elevate da aver subito una fusione parziale
(partial melting).
Il limite superiore del periodo Pre-Nectariano è tracciato dall’impatto che formò il cratere
Nectaris, situato sulla faccia visibile della Luna. Fra le strutture generatesi durante questo periodo vi
sono i grandi bacini depressi oggi occupati dai basalti dell’Oceanus Procellarum, sulla faccia
visibile, e il bacino del Polo Sud-Aitken, situato sulla faccia nascosta.
Il periodo Nectariano la formazione dei grandi crateri
Il periodo Nectariano è compreso fra 3,92 e
3,85 miliardi di anni fa; esso ha inizio dopo la
formazione del cratere Nectaris e ha termine con
l’evento da impatto che creò il cratere Imbrium. In
questo breve periodo la Luna subì degli impatti
meteorici di grande portata che formarono crateri
di dimensioni ragguardevoli; fra questi sono
compresi 12 crateri che presentano ai loro bordi
delle catene montuose ad anello, fra le quali
spiccano il Cratere Serenitatis e il cratere Crisium,
entrambi sulla faccia visibile.
Il periodo della formazione dei grandi crateri è
anche chiamato Intenso bombardamento tardivo (o
con la sigla LHB, dall’inglese Late Heavy
Bombardment); esso durò per un periodo compreso
fra 4,1 e 3,8 miliardi di anni fa, fra il Pre-
Nectariano e il Nectariano, e le sue cause sono tuttora oggetto di dibattiti e di speculazioni. Fra
queste vi è la possibile migrazione delle orbite dei pianeti giganti gassosi, che si sarebbero
avvicinati o allontanati dal Sole in base alle influenze degli oggetti della Fascia di Kuiper
perturbando così i corpi della Fascia principale degli asteroidi situata fra Marte e Giove; unaltra
teoria prevede la presenza di un piccolo pianeta fra Marte e la Fascia principale, che avrebbe
perturbato l’orbita degli asteroidi spingendoli verso i pianeti più interni, prima di essere esso stesso
catapultato verso il Sole. D’altra parte, alcuni scienziati sostengono che il raggruppamento di rocce
alterate da eventi da impatto (impattiti) in un lasso di tempo così breve sia un errore di valutazione
dovuto al fatto che si dispone di campioni provenienti da poche regioni e da un unico sito di
impatto.
Oltre ai bacini maggiori, si ritiene che nel periodo Nectariano si siano formati almeno 1330
crateri con diametro compreso fra 30 e 300 km. A ciò si aggiunge la presenza di una discreta attività
vulcanica, la quale non può però essere quantificata con precisione in quanto manca un’abbondante
determinazione delle unità geologiche vulcaniche di questo periodo; la scarsità di queste importanti
unità potrebbe essere dovuta anche alla pesante alterazione causata dall’Intenso bombardamento
tardivo.
L’odierno Mare Nectaris ricopre per intero l’antico
bacino del cratere Nectaris, formatosi quasi 4
miliardi di anni fa.
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Il limite inferiore del Nectariano è oggetto di dibattito, dal momento che non è ben definito il
periodo in cui si formò il cratere Nectaris: la maggior parte degli scienziati indicano un periodo
attorno a 3,92 miliardi di anni fa, sebbene si sia avanzata l’ipotesi che possa essere più antico, fino a
4,1 miliardi di anni fa.
Il periodo Imbriano un vulcanismo diffuso
Il periodo Imbriano è compreso fra 3,85 e 3,2
miliardi di anni fa. Esso viene di solito suddiviso
in due epoche, denominate a loro volta Imbriano
inferiore e Imbriano superiore; la prima, piuttosto
breve, è compresa fra 3,85 e 3,8 miliardi di anni
fa, mentre la seconda si estende da 3,8 a 3,2
miliardi di anni fa.
L’Imbriano inferiore è caratterizzato dalla
formazione degli ultimi grandi crateri, fra i quali
sono compresi il cratere Imbrium, che ne
determina l’inizio, e il cratere Orientale, situato in
gran parte sulla faccia nascosta, che ne indica la
fine; quest’ultimo impatto sancì inoltre la fine
dell’epoca dei grandi impatti meteorici.
L’Imbriano inferiore si estende dal momento della formazione del cratere Orientale fino al
periodo in cui i processi erosivi hanno causato l’obliterazione dei crateri di diametro maggiore.
L’età del cratere Orientale non è stata
determinata con certezza, ma deve essere
necessariamente più antica di 3,72 miliardi di
anni, età basata sull’età media dei mari lunari.
L’Imbriano superiore è caratterizzato da
un’intensa attività vulcanica che ha coinvolto
(e sconvolto) in prevalenza la parte
settentrionale della faccia visibile della Luna;
sebbene l’attività vulcanica fosse presente già
4,1 miliardi di anni fa, è a partire da 3,5
miliardi di anni fa che il vulcanesimo lunare
assume proporzioni di grande portata. Il
vulcanesimo lunare è dovuto alla fuoriuscita
di magma proveniente direttamente dal
mantello ed è pertanto di natura basaltica,
molto simile al basalto di cui sono costituiti i
vulcani a scudo terrestri, sebbene sia più ricco
di ferro e minerali ricchi di titanio (come
l’ilmenite). Il basalto, avente una viscosità molto bassa, fluì velocemente e formò dei grandi fiumi
di lava che inondarono e colmarono progressivamente le grandi depressioni dei crateri lasciati dagli
impatti maggiori; tutti i crateri più grandi vennero così inondati, formando immense aree
pianeggianti e di colore scuro che costituiscono i cosiddetti mari lunari. Le eruzioni interessarono
Il Mare Imbrium è costituito da una grande colata
basaltica che ricopre per intero il fondo del cratere
Imbrium, uno dei crateri da impatto più grandi situati sulla
superficie lunare.
Il Mare Orientale, situato a cavallo fra la faccia
visibile e quella nascosta della Luna.
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anche una vasta area depressa estesa sul bordo della faccia visibile, che venne completamente
colmata di basalto formando una grandissima pianura nota come Oceanus Procellarum.
Il cratere Orientale, a differenza degli altri grandi crateri vicini, si presenta solo parzialmente
inondato da colate laviche; ciò può essere spiegato dal fatto che esso si trova in una regione che non
fu interessata da altri grandi eventi da impatto in grado di assottigliare la crosta e favorire così la
fuoriuscita del basalto.
Alla fine dell’Imbriano superiore, circa 2/3 dell’attività vulcanica lunare si era ormai conclusa.
Il periodo Eratosteniano le ultime eruzioni
Il periodo Eratosteniano è compreso fra 3,2 e 1,1
miliardi di anni fa; il suo inizio coincide con la
formazione del cratere Eratostene, un periodo in cui le
strutture generatesi dall’impatto di corpi celesti di grandi
dimensioni si erano ormai quasi completamente
consumate dai fenomeni erosivi. Questi fenomeni
furono di fatto causati principalmente dalla
sovrapposizione di nuovi crateri di taglia minore su
quelli più antichi, che progressivamente erosero e
smantellarono le formazioni montuose precedenti; una
causa minore di quest’erosione potrebbe essere stata
l’azione di scosse sismiche, dovute sia all’impatto con
meteore che all’attività vulcanica.
Durante l’Eratosteniano proseguirono le eruzioni basaltiche, che colmarono ulteriori aree
depresse sovrapponendosi in parte a colate preesistenti; la gran parte di quest’attività si concluse
entro 3 miliardi di anni fa, mentre sporadiche eruzioni proseguirono occasionalmente, fino a
estinguersi completamente verso la fine del periodo, circa 1,2 miliardi di anni fa,
contemporaneamente all’attività tettonica, da tempo sempre più ridotta.
Le lave più recenti si rinvengono nei pressi del cratere Aristarco, situato sull’Oceanus
Procellarum, il quale fu interessato da una vivace attività vulcanica persistente. Altro magma fluì
contemporaneamente sul Mare Imbrium.
Il periodo Copernicano la Luna nel presente
Il periodo Copernicano iniziò circa 1,1 miliardi di anni fa e perdura fino al presente. Il suo inizio
è individuato dalla comparsa degli ultimi crateri, i quali presentano un colore molto chiaro dovuto
probabilmente all’assenza di fenomeni di erosione e di alterazione; fra questi vi è il cratere
Copernico, formatosi circa 800 milioni di anni fa (e che quindi non individua l’inizio del periodo),
che presenta una struttura raggiata ben evidente che si estende fin sulle pianure basaltiche
circostanti. L’idea che il colore chiaro corrisponda all’assenza di alterazione è stata tuttavia messa
in dubbio da alcuni scienziati, poiché questo colore potrebbe dipendere anche soltanto da ragioni
composizionali che possono essere slegate dall’alterazione meteorica; in particolare, è stato fatto
notare che il materiale anortositico resta chiaro anche se sottoposto ad alterazione dovuta a eventi di
impatto.
Il cratere Aristarco giace al centro della
grande provincia basaltica dell’Oceanus
Procellarum.
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Sulla Luna sono del tutto assenti rocce basaltiche
con un’età inferiore a 1,1 miliardi di anni, per cui
durante il periodo Copernicano non vi è stato alcun
evento vulcanico; si ritiene pertanto che l’attività
geologica lunare sia di fatto cessata del tutto.
L’ultima attività conosciuta avvenne in corrispon-
denza dell’Oceanus Procellarum; successivamente, il
raffreddamento globale, l’esaurimento della fonte di
calore generata dal decadimento radioattivo e il
conseguente ispessimento della crosta impedirono
ulteriori risalite di magma. Si ritiene che l’unica
fascia in cui sono ancora presenti rocce allo stato
fuso si trovi a una profondità di oltre 1000 km, in
corrispondenza del punto in cui si generano i
lunamoti più profondi.
Bibliografia
Kleine, T.; Palme, H.; Mezger, K.; Halliday, A.N. (2005). HfW Chronometry of Lunar Metals and
the Age and Early Differentiation of the Moon. Science 310 (5754): 16711674. Bibcode
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Marc Norman (aprile 2004). The Oldest Moon Rocks. Planetary Science Research Discoveries.
Don Wilhelms (1987). Geologic History of the Moon. U.S. Geological Survey Professional Paper
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D. Stöffler and G. Ryder, D.; Ryder, G. (2001). Stratigraphy and Isotope Ages of Lunar Geological
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doi:10.1023/A:1011937020193.
Jutzi, M., Asphaug, E. (2011). Forming the lunar farside highlands by accretion of a companion
moon. Nature (476): 6972. DOI:10.1038/nature10289.
Le immagini delle singole regioni lunari, l’immagine globale e la mappa lunare sono tratte dal file
disponibile su Wikimedia Commons http://commons.wikimedia.org/wiki/File:FullMoon2010.jpg.
La sequenza di immagini della superficie lunare è ottenuta unendo i quattro file seguenti:
http://commons.wikimedia.org/wiki/File:Moon_PIA00302.jpg
http://commons.wikimedia.org/wiki/File:Moon_PIA00303.jpg
http://commons.wikimedia.org/wiki/File:Moon_PIA00304.jpg
http://commons.wikimedia.org/wiki/File:Moon_PIA00305.jpg.
Gli schemi strutturali nella lingua originale sono disponibili ai seguenti indirizzi:
http://commons.wikimedia.org/wiki/File:BigSplashItalian.svg
http://commons.wikimedia.org/wiki/File:Lunar_rocks_distribution_lmb.jpg
http://commons.wikimedia.org/wiki/File:Moon_Schematic_Cross_Section.svg
http://commons.wikimedia.org/wiki/File:Moonhighlandsformation_lmb.jpg.
La grande struttura raggiata del cratere
Copernico si estende sopra i basalti. Si tratta di
uno dei crateri più giovani della superficie lunare.